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UN MATRIMONIO… PERFETTO!

“Uniti nella buona e nella cattiva sorte” … è quanto esclamerebbe un prete se ci trovassimo alla celebrazione di un matrimonio, ma la Natura non ha bisogno di parole, se la lasci fare conosce il percorso da seguire e all’uomo resta solo da decidere come assecondarla e proteggerla.

Accade così che la Vite, pianta lianosa, lasciata libera di ‘esprimersi’ scelga di aggrapparsi ad un albero per risalirlo e godere appieno del sole (essendo eliofila); e gli Etruschi, primo popolo a coltivare la specie selvatica (Vitis Vinifera Sylvestris) in Italia, assecondarono questo modo di essere lasciandola avvinghiarsi agli alberi del bosco spontaneamente per poi godere dei suoi frutti. Questo legame tra l’arbusto rampicante e il tronco legnoso dell’albero ispira i poeti del I sec d. c.  e così nella letteratura latina compare la metafora della vite e dell’albero come simbolo dell’amore coniugale, e l’àitason, nome col quale gli Etruschi identificavano questo sistema di coltivazione, venne sostituito con il termine “vite maritata” … et voilà… la vite è sposata!

E questo ‘matrimonio’ arriva fino ai giorni nostri accompagnando incroci e selezioni attuati dall’uomo alla “vitis vinifera sativa” (specie coltivabile) per ottenere la varietà ampelografica oggi conosciuta.

Il sistema della vite maritata è una chiara espressione della consociazione produttiva: in un unico campo dalle viti si ottengono uve da mensa e da vino, dalla potatura degli alberi legna da ardere, fogliame da foraggio e frutti diversi se questi sono alberi da frutta. Inoltre, nel medesimo appezzamento è possibile coltivare cereali, legumi, piante tessili o da foraggio sfruttando il terreno fra i filari di viti.

Gli alberi (tutori vivi) maggiormente usati sono il pioppol’acero campestre, l’olmo, il salice e vari alberi da frutta, tra cui l’ulivo. Il loro apparato radicale poco espanso non interferisce con quello della vite e la loro chioma viene “capitozzata” ogni anno per limitarne la crescita al fine di non togliere luce all’arbusto. Se vi dovesse capitare di vedere qualche tutore con la chioma a ‘coppa di champagne’ non fatevi ingannare… non si stanno preparando al brindisi finale, semplicemente serve per contenere la grandine affinché non nuoccia ai grappoli in via di maturazione. I tutori vivi sono tenuti bassi e vicini in Toscana, Marche e Veneto, mentre hanno una statura molto alta e una distanza d’impianto ampia nelle ‘alberate’ dell’Agro Aversano; altre volte gli alberi vitati sono isolati nei campi come nelle ‘fulignate’ delle Marche.

Le viti vengono piantate contemporaneamente agli alberi tutori e fatte crescere favorendo lo sviluppo in altezza fino alla chioma del tutore; quando sono adulte i tralci vengono tirati e legati, generalmente ai rami di un altro tutore vivo vicino, formando un festone. Diversamente possono essere legati ai fili di ferro tesi tra un tutore e l’altro, da quattro a sei livelli, e percorsi in senso verticale e obliquo da altri fili, formando una spalliera (sistema a raggio); ancora, i tralci possono rimanere sospesi ai rami di un singolo albero tutore. Le legature tra l’arbusto e il suo tutore vengono fatte utilizzando salici da vimini: legacci più grandi per il tronco, più piccoli per i tralci principali e ancor più per quelli destinati alla vegetazione dell’anno.

Le vigne cresciute con questa forma di allevamento rappresentano sicuramente uno “scrigno” per la biodiversità poiché si creano delle comunità sia animali che vegetali davvero molto interessanti.  Pensate ad esempio, che la chioma dell’acero campestre attrae un acaro predatore di alcuni parassiti delle viti… si trasforma così da tutore in protettore delle viti stesse. Inoltre, con questa tecnica, la pianta arbustiva rimane molto più arieggiata limitando quindi la proliferazione di muffe e altri infestanti, il che ha una doppia traduzione: minore insorgenza di malattie e maggiore resistenza alla fillossera; pertanto, si possono ridurre al minimo i trattamenti e impiantare viti a piede franco.

 Questo tipo di allevamento richiede una forte e specializzata mano d’opera, molte ore di lavoro e ha una produzione minore rispetto ad altri tipi di impianti ma ancora riesce ad attrarre l’attenzione di molti Vignaioli… forse perché quel ‘nettare divino’ ha il sapore della sfida?  E la ridotta quantità produttiva è appagata dalla più compensativa qualità? Difficile a dirsi…

Per ogni Vignaiolo che decide di ‘maritare’ la sua vite le motivazioni sono tante e diverse, sicuramente dietro ognuno di loro c’è un amore incondizionato per la Natura e l’intento di dare vita ad un Vino che sia l’espressione più verace del terroir.

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Lo spirito che anima i produttori e i distributori di vini umani si fonda sulla ricerca di un armonico equilibrio tra Uomo e Natura, in cui l’Essere umano si riconosce come un Essere vivente speciale, che impegna la propria intelligenza e il suo instancabile lavoro nella ricerca di leggi naturali e tecniche sempre nuove, senza mai dimenticare l’eredità di un patrimonio di conoscenze e pratiche millenario:

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